Coronavirus e particolato atmosferico

La Società Italiana di Medicina ambientale ha da poco annunciato di aver rilevato il nuovo coronavirus nel particolato atmosferico. In particolare, i ricercatori hanno prelevato campioni di PM10 in aria in alcune zone industriali nella zona di Bergamo per un periodo di 3 settimane tra febbraio e marzo. Per 8 giornate su 22 è stata osservata la presenza del virus. Che cosa significa questo?
Per prima cosa che in questo modo sarà possibile, anche solo analizzando campioni di aria, capire l’andamento del virus e, in caso di un aumento della sua presenza, prendere misure preventive per tempo.
In secondo luogo, ad elevate concentrazioni di PM10, è possibile che le goccioline infette contenenti il virus si stabilizzino sulle particelle e che in questo modo possano sopravvivere più a lungo in aria all’interno di nuvole di particolato. Tuttavia, ancora non è stato chiarito se il virus in queste nuvole di particolato possa essere ancora infettivo. Altre ricerche seguiranno per capire in modo più approfondito. Di certo però, in attesa di risultati più chiari, gli scienziati concludono lo studio affermando che è importante da una parte che vengano mantenuti sotto controllo i livelli di particolato in aria e dall’altra che, in tutti gli ambienti, vengano indossate le mascherine protettive. Questo anche alla luce della considerazione che in Italia, Cina e Stati Uniti l’epidemia si è rivelata più grave in quelle aree più inquinate che presentavano elevate concentrazioni di particolato in aria.
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