Coronavirus, negli ambienti chiusi è importante una buona ventilazione

Come si può spiegare l’elevato grado di contagiosità del nuovo coronavirus? Gli scienziati si stanno interrogando su questa domanda e diversi studi sembrerebbero indicare un ruolo chiave giocato dagli aerosol, le goccioline più piccole che persistono in aria, soprattutto negli ambienti chiusi e poco ventilati. Tuttavia, l’argomento è ancora dibattuto, cerchiamo di capire meglio.
Fino a poco tempo fa si pensava che il contagio da nuovo coronavirus avvenisse unicamente attraverso le droplets, le goccioline più pesanti di saliva emesse quando si parla, tossisce, starnutisce, canta o respira. Queste droplets possono raggiungere occhi, naso e bocca di persone che ci stanno molto vicine, si stima entro il metro, oppure cadere sulle superfici, da qui il contatto con le mani che poi vengono portate agli occhi o alla bocca può causare l’infezione. In realtà, ora sempre più studi stanno evidenziando un ruolo molto importante giocato dalle goccioline più piccole, sotto i 10 micrometri, chiamate aerosol e che, soprattutto negli ambienti chiusi, non cadono subito ma restano in aria, anche fino a tre ore, e possono diventare veicolo di contagio dal momento che contengono carica virale (Somsen et al, The Lancet, 2020). All’aperto, invece, è più probabile che queste goccioline evaporino in fretta senza risultare un rischio. Al chiuso quindi la distanza interpersonale di un metro non è sufficiente ad evitare il contagio, ma è importante avere la mascherina e garantire una corretta ventilazione degli ambienti.
Infatti, a supportare questa idea, è il caso di un gruppo di istruttori di fitness che ha contagiato quasi 100 persone tra partecipanti ai corsi e loro familiari. È probabile che, in questo caso, visto che questo tipo di attività fisica richiede un grande sforzo, un respiro affannoso abbia pompato più aerosol infetto nella palestra. Mentre i partecipanti al corso di pilates e yoga, dove lo sforzo è meno intenso, pur avendo seguito le lezioni tenute da un istruttore infettato dal coronavirus non sono stati contagiati (Jang et al, Emerging Infectious diseases, 2020). O anche il caso di un call center in Corea del Sud in cui il 43% dei dipendenti che lavoravano sullo stesso piano è stato contagiato, mentre nessuno dei dipendenti degli altri piani è stato contagiato, pur prendendo gli stessi ascensori e frequentando le stessi aree comuni (Park et al, Emerging Infectious diseases, 2020). Non solo, viene anche riportato il caso di un coro in cui più dell’80% di partecipanti è stato contagiato da un solo corista pur mantenendo la distanza di sicurezza (articolo pubblicato sul Los Angeles Times).
Quello che però va detto è che, per prima cosa, perché ci sia contagio tramite aerosol occorre essere esposti a lungo, si stima almeno 50 minuti, e sembra che la persona infetta debba essere presente nella stanza per tutto questo tempo. Il rischio in ogni caso si riduce indossando le mascherine e garantendo una corretta ventilazione degli ambienti. Quindi aprendo spesso porte e finestre e/o usando sistemi che aspirano aria e la immettono da fuori o depurata. In ogni caso, l’OMS non ha ancora riconosciuto questa via di contagio ma gli scienziati stanno chiedendo a gran voce di tenerla in considerazione.
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