Alimenti brucia grassi Parte 9, il problema del latte

Latte e latticini prodotti da animali nutriti con mais, soia e frumento presentano una quantità eccessiva di omega 6 rispetto agli omega 3, condizione correlata ad un aumento di peso e di accumulo di grasso.
Fino ai primi anni del nuovo millennio non era stato possibile per gli scienziati sbrogliare la difficile matassa di quello che era stato soprannominato il paradosso americano, anche se questo fenomeno non è proprio solo degli Stati Uniti ma anche di Europa e altri Paesi. Tra il 1976 e il 2000 gli americani erano riusciti a calare il loro consumo di grassi e l’apporto calorico ma nonostante questo l’obesità registrata era sempre in aumento (D. Servan Schreiber, Anti Cancro, Sperling & Kupfer – Heini et al, Am J Med, Mar 2017). E quello che più faceva lambiccare il cervello agli studiosi era che l’obesità era in aumento anche tra i bambini sotto i 12 mesi e questo chiaramente non si poteva certo attribuire ad un’alimentazione sbagliata e ai fast food. Fu per primo un team francese guidato da Gerard Ailhaud e Pierre Weill a capire che l’epidemia di obesità poteva essere dovuta anche ad uno squilibrio di omega 3, anti infiammatori e capaci di limitare le cellule adipose, e omega 6, pro infiammatori e stimolanti la produzione di cellule adipose e l’accumulo del grasso, con una netta prevalenza di questi ultimi (Ailhaud et al, Obes Rev, Feb 2004 – Ailhaud et al, Prog Lipd Res, May 2006). Entrambi, omega 3 e omega 6, sono acidi grassi essenziali, nel senso che l’organismo non li produce ma li ottiene dall’alimentazione. Ed entrambi sono necessari alla salute ma dovrebbero essere ben bilanciati in un rapporto omega 6 / omega 3 di 1-4 / 1 (Patterson et al, J Nutr Metab, Apr 2012). Invece, nella tipica dieta occidentale si assiste ad una prevalenza di omega 6, a volte anche fino a 15 o persino 40 volte più degli omega 3. Gli scienziati sono riusciti proprio a dimostrare la correlazione tra consumo di alimenti ad alto contenuto di omega 6 e l’obesità (Ailhaud et al, Obes Rev, Feb 2004 - Patterson et al, J Nutr Metab, Apr 2012). E quali sono questi alimenti incriminati? Parliamo di latte e latticini, che in passato venivano ottenuti da animali nutriti con erbette ricche di omega 3, preziose sostanze che passavano poi al prodotto finale, e ora invece da animali nutriti con mais, frumento e soia, molto ricchi di omega 6. Il latte e gli altri prodotti derivati sono, in questo caso, ricchi proprio di omega 6 a scapito dei preziosi omega 3. Non solo, una delle poche sostanze antitumorali contenuta nei prodotti animali, in particolare nei formaggi, ma solo se gli animali si nutrono di erba, è IL CLA, un acido grasso, ma che, alimentando gli animali a mais, frumento e soia, scompare (Servas-Schreiber, Anti Cancro – Ip et al, Cancer, Aug 1994). Chiaramente non è solo il latte a causare un’impennata di omega 6, parliamo anche di un uso eccessivo di oli come olio di girasole e soia, di uso e abuso di margarine vegetali, di uova prodotte da galline nutrite con mais. E la soluzione? Oltre a preferire condimenti come olio d’oliva o di lino ed evitare margarine vegetali gli scienziati hanno scoperto che nutrire gli animali anche con semi di lino ha un interessante risultato. Al termine di un esperimento (Weill et al, Ann Nutr Metab, 2002) durato tre mesi i partecipanti che avevano introdotto nella propria dieta alimenti ottenuti da animali nutriti con l’aggiunta di semi di lino presentavano nel sangue il triplo di omega 3 rispetto agli omega 6. Non solo, lo stesso esperimento condotto su persone in sovrappeso e con diabete, che non avevano modificato per nulla la loro alimentazione tranne per il fatto di aver sostituito prodotti di animali alimentati con mais e soia con prodotti “all’antica”, da animali cioè nutriti anche con semi di lino ed erbette, ha mostrato che queste persone presentavano una diminuzione di peso. Ecco quindi come piccole modifiche alla propria alimentazione possano aiutare a contrastare i chili di troppo e il grasso del girovita, una delle situazioni che, sul lungo periodo, presenta il maggior rischio di sviluppare malattie dopo il fumo di sigaretta.
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